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Children of Fire
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Scritto da Dr.Daniele Bollero   

Nei giorni scorsi abbiamo avuto il piacere di ricevere la visita di Bronwen Jones, presidente di Children of Fire International con il suo figlio adottivo.L'incontro è stato emozionante anche grazie al suo entusiasmo e coraggio. E' una giornalista inglese che si è trasferita da anni in Sudafrica dove lotta e vive per i piccoli bimbi ustionati africani.

Erano in Italia, in Piemonte per un processo, una truffa ordita ai loro danni per raccogliere denari che non sarebbero mai arrivati.La loro attività è a 360 gradi dalla parte sanitaria al reinserimento sociale e abbiamo parlato anche di possibili coinvolgimenti di InterplastItaly.

Una visita al loro sito è molto consigliata www.firechildren.org

In basso la foto dell'incontro e le notizie riguardo alla truffa

 

 

Gli sciacalli che speculano sui bimbi sfigurati con il fuoco

Di Roberta Martini
La Stampa


Comincia tutto con una mail e una foto rubata. Contiene una storia di bambini, martoriati dal fuoco. L’immagine è di John Moore, realizzata per la Getty Images Foundation. Qualcosa però, nella storia, non va. Chi riceve la mail, in Canada, la rispedisce subito a Bronwen Jones, che ha fondato l’associazione «Children of fire». La mail utilizza il nome della sua fondazione, nata per aiutare i bambini africani sfigurati dal fuoco. Bronwen è una giornalista, vive in Sudafrica da più di vent’anni. Le basta scorrere poche righe per capire che è un falso, una truffa. Due settimane più tardi saprà che la mail ha un indirizzo di Vercelli, corso Italia 61, e che a gestire il raggiro è una coppia di nigeriani, Courage Okiemu e Imuwuahen Faith Ahanon, gli stessi che questa mattina dovrebbero presentarsi davanti al giudice per la prima udienza di un processo in cui devono rispondere di tentata truffa.

Né l’uno né l’altra però ci saranno: hanno dato un indirizzo di comodo, usato da altri africani. Risultano irreperibili anche per l’avvocato d’ufficio che la giustizia italiana ha loro assegnato. È difficile che un magistrato questa mattina possa decidere qualcosa di diverso da un rinvio ad un’udienza diversa.

Bronwen e il suo avvocato, invece, ci saranno. Lei è partita dal Sudafrica ed è arrivata a Vercelli per seguire questo processo: voleva vedere i due africani che hanno cercato rubare alla loro gente. Li aspetta dall’ottobre del 2009, quando con l’aiuto di giornalisti della stampa internazionale, dell’elenco delle associazioni no profit e soprattutto della polizia di Vercelli, è riuscita in poco tempo a far chiudere i due conti correnti, uno a Torino e l’altro a Milano, che la coppia di nigeriani aveva aperto.

«Trentasei ore», racconta oggi. E ricorda quanto l’ha sconvolta scoprire di essere vittima di una truffa. «In Sudafrica, al posto di polizia, non sapevano come gestire questa storia. Hanno aperto un fascicolo e contattato l’Interpol. Ho rilasciato una dichiarazione all’ambasciata italiana a Pretoria e dopo ho saputo che i due erano stati arrestati e i computer confiscati. Sui due conti non era stato raccolto neppure un euro».

La tentata truffa si chiude in quindici giorni. Il processo si apre dopo quasi tre anni. «Non sono venuta in Italia per una rivalsa economica, ma non posso sopportare che abbiano rubato una fotografia e l’abbiano buttata in pasto su internet. Da mamma dico non toccate i miei bambini, e soprattutto per scopi tanto rip ugnanti». Bronwen vuole però anche sensibilizzare chi segue internet: «Ogni giorno riceviamo tante mail che chiedono donazioni per scopi diversi. La nostra reazione normale è cancellarle: invece bisognerebbe guardarle sempre. Dietro ognuna di loro può esserci qualcosa. Di nobile o poco nobile».

Dietro ogni scudo, come dice la maglietta blu che si è fatta stampare per questo viaggio, c’è sempre una faccia. E questa volta è un mostro da vincere.

Speranza dopo la tragedia “Rifiutati dalla famiglia Qui trovano la loro casa”
Brownen Jones era una giornalista della Bbc Dal ’95 ha ricevuto oltre duemila segnalazioni



La chiamano Mrs «Faccio tutto gratis», perché riesce a coinvolgere tutti: il medico, il volontario, il giornalista. Quando è arrivata in Sudafrica, Bronwen Jones, giornalista della Bbc, non sapeva ancora come si sarebbe conquistata quel nome. Era partita dall’Inghilterra con la sua famiglia, per lavorare, e aveva soltanto un bambino di sei anni. Oggi più di venti bambini e ragazzi vivono con lei, altri sono ospiti di passaggio. E ha ricevuto almeno duemila segnalazioni. Ognuna racconta il caso di un bambino sfigurato dal fuoco, in modo intenzionale perché la sua famiglia non lo vuole, oppure in incidenti domestici provocati dalla paraffina che la gente delle case più povere usa per scaldarsi.

I racconti di Bronwen sono fatti di nomi, di ospedali, di un lieto fine che è diverso da quello comune, e che si chiama soltanto speranza di vita. «Quando sono arrivata in Sudafrica - spiega Bronwen - mi sono resa conto in sei settimane di che cosa mi circondava. Ho assistito ad un atto di razzismo, con due uomini neri aggrediti. L’uomo che è sopravvissuto è venuto a vivere da me». Da quel giorno Bronwen comincia a diventare un punto di riferimento per chi ha paura, per chi è in difficoltà. Non usa la parola disperati, ma è così. Intanto continua a scrivere. Ha fortuna un suo story book, in cui racconta una doppia storia di bambini. È scritto in inglese, con la traduzione in zulu, viene portato alla Fiera di Francoforte ed una grande compagnia televisiva è interessata alla sceneggiatura. Sono gli stessi giorni in cui Bronwen conosce Dorah. Ne parlano i giornali, Bronwen li legge e non riesce a non andare in ospedale a Johannesburg. Dorah è una bambina di sette mesi con il volto devastato dal fuoco. I medici hanno deciso di non salvarle gli occhi perché non c’è denaro a sufficienza per l’intervento. «Ho contrattato con loro e ho chiesto tempo - racconta -. Poi ho telefonato al Times a Londra e ho detto: “Non ditemi né sì, né no, né forse. Leggete questa storia”. Era il 16 dicembre del ‘95». Il giorno dopo l’articolo di Bronwen è a tutta pagina. Dorah salva gli occhi e in trentadue lunghe operazioni le viene ricostruito il volto, tratto dopo tratto. «Da allora mi dedico a lei», dice Bronwen. Ha adottato Dorah, perché della sua famiglia non si sa quasi nulla. La madre biologica l’ha abbandonata. Così come ha fatto la madre di Sizwe, il secondo figlio adottivo di Bronwen: aveva un anno, e non era un bambino voluto. Il fuoco è lo strumento che ha scelto la madre per disfarsene, le fiamme appiccate sulla culla. Oggi Sizwe ha undici anni, e ha accompagnato Bronwen Jones nel suo viaggio in Italia. «È sopravvissuto perchè era forte. Qualcuno l’ha preso dalla culla in fiamme e l’ha portato in ospedale. Io l’ho trovato lì». Anche Sizwe si è sottoposto a numerosi interventi, ma ha recuperato in parte la sua autonomia. È orgoglioso di dire che sa suonare il pianoforte e di questo viaggio italiano ricorderà è pur sempre un bambino - le tagliatelle con il ragù cucinate dalla famiglia che li ospita a Vercelli. Anche Sizwe però vuole guardare negli occhi i due africani che hanno «tradito», che hanno cercato di truffare un’altra povertà.

Ora la storia di Brownen è conosciuta anche in Italia e non è una frase fatta quella che i nuovi amici vercellesi hanno già imparato: «Quando un bambino africano ha incidente con il fuoco tutto il Continente lo sa».
"IL PRIMO CASO Dorah aveva appena 7 mesi ed era abbandonata e sola in un ospedale"

Il lavoro con i piccoli
«Infondiamo coraggio»


Quella di Bronwen oggi è una famiglia allargata, ma anche una sorta di infermeria. I bambini e i ragazzi che accoglie si preparano con lei agli interventi: «Il nostro scopo è anche infondere coraggio. Tra i nostri ragazzi sopravvissuti al fuoco uno ha partecipato alla scalata del Kilimangiaro e ha vinto una medaglia ai Giochi del Commonwealth. Non alle Paralimpiadi, ai Giochi». In un caso su tre i «Children of fire» sono ustionati in modo intenzionale, gli altri sono episodi accidentali. Si possono fare donazioni all’organizzazione di Brownen esclusivamente attraverso il sito internet, su conti in Gran Bretagna e Sudafrica, informando della donazione attraverso l’indirizzo di posta elettronica Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. to. La donazione può anche essere mirata a finanziare uno specifico progetto dei tanti che l’associazione promuove.

 

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